I bambini "gender-variant"

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Il New York Times ha un articolo sulle diverse opinioni degli specialisti su come comportarsi con un bambino che ha comportamenti e atteggiamenti tipici del sesso opposto a quello biologico di appartenenza.
Può trattarsi di preferenze di abbigliamento, di scelte ludiche, di comportamenti relazionali, ma anche di consapevolezze più esplicite, come quella di pretendere di essere appellati come femminucce nel caso dei maschi e viceversa.
Da diverso tempo le indicazioni dei professionisti della salute mentale vanno nella direzione di lasciare che questi bambini "siano chi sono", in un'ottica di comprensione e supporto che possa incrementarne la sicurezza e l'autostima.
Questo anche a causa dell'alto tasso di depressioni, ideazioni suicidarie e automutilazioni riscontrato nelle passate generazioni di bambini con questo tipo di comportamenti.
Ma per i genitori questo "lasciar esprimere" può essere un cammino irto di difficoltà e scoraggiamento, intrappolati come sono dalla necessità di stare vicino ai propri figli e il desiderio di proteggerli da un mondo esterno che non mostra la stessa comprensione.
Gli stessi psicologi sono divisi sui giusti consigli da dare in casi del genere.
Qualcuno si chiede se non sia meglio cercare di aiutare il bambino ad accettare la sua identità biologica almeno fino a quando non diventi abbastanza grande per decidere.
Questa posizione nasce dall'opinione che un bambino non abbia ancora gli strumenti cognitivi ed emotivi per sapere con esattezza "chi è" e dalla constatazione dell'estrema vulnerabilità di questi bambini di fronte all'isolamento sociale, alla discriminazione e, qualche volta, alla violenza degli altri.
Da un punto di vista evolutivo gli studi suggeriscono che la maggiorparte dei bambini maschi con comportamento gender-variant divengono adulti omosessuali e circa un quarto di loro eterosessuali. La maggiorparte delle femminucce divengono adulte eterosessuali.
Naturalmente è chiaro che è l'entità e la persistenza di un comportamento transgender in un bambino a definirlo tale e non le note sperimentazioni di ruolo che fa qualunque bimbo per conoscere la realtà.
Il Dr. Robin Dea, direttore del Regional Mental Health for Kaiser Permanente nel Northern California, che ha lavorato con 4 o 5 bambini che mostravano questi comportamenti, ha dichiarato al Ney York Times:" Sto ancora aspettando uno studio che affermi che supportare questi bambini sia negativo".
Di parere opposto è il Dr. Kenneth Zucker, psicologo e capo del  Gender-identity service al Center for Addiction and Mental Health di Toronto, che ha trattato negli ultimi 30 anni circa 500 preadolescenti gender-variant.
Nei suoi studi l'80% dei suoi pazienti è "rientrato" nel proprio genere biologico, mentre il 20% ha continuato a soffrirne fino a cambiare definitivamente il proprio sesso.
Secondo il dott. Zacker è utile aiutare questi bambini ad essere più contenti con il loro genere biologico, incoraggiando amicizie dello stesso sesso e attività ludiche con una forte connotazione di genere, fino a quando non diventino abbastanza grandi da scegliere la propria identità. 
L'articolo riporta diverse esperienze di genitori e in particolare la testimonianza di una donna, madre di uomo di 30 anni, oggi gay e padre, che era stato un bambino gender-variant negli anni '70.
Quello che ha potuto fare, tutta la vita, è stato di non lasciarlo mai solo.

Link | Supporting Boys or Girls When the Line Isn’t Clear

Dr. Giulietta Capacchione

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