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Mar 1018

Il matrimonio visto dal tavolo dei fotografi.

Pubblicato da Giada Zichittella alle 11:46 in Casi, Diari, Le vostre storie, Pillole di saggezza, Sociologia


 
"Gli uomini si sposano perché sono stanchi, le donne perché sono curiose: gli uni e gli altri restano sempre delusi."

Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, 1891

Un tempo sognavo il matrimonio e non è detto che un giorno non decida di provarlo (sempre che incontri un uomo così bravo da farmi credere che mi amerà e rispetterà per tutta la vita).

Mi attaccavo alle vetrine degli abiti da sposa come una salamandra su un muretto assolato, e sognavo bouquets, giarrettiere e cocktail di gamberi in salsa rosa. L'immagine di lui era un pò più sfocata ma, si sa, il matrimonio in quanto celebrazione "esteriore" è più delle donne (sposa, damigelle, suocere con la veletta). Il marito, solitamente, è solo il più importante tra gli invitati di sesso maschile.

Il mio rapporto col matrimonio è iniziato a cambiare in seguito a due importanti eventi:

1) l'assoluta insofferenza del mio ex ex (ex al quadrato, insomma) per il solo pensiero di dover partecipare, un giorno, alla "tortura" suddetta;

2) il fatto di aver presenziato a centinaia di nozze, da una prospettiva per la maggior parte di voi inedita... ma assolutamente illuminante: quella offerta dal tavolo dei fotografi.

Non che io sia una fotografa (in verità dovevo essere assente il giorno in cui il Creatore distribuì il senso pratico...ho quindi poca dimestichezza con tutto ciò che consti di più di due, tre pezzi e che funzioni con un qualche tipo di energia artificiale...figuratevi, quindi, se possa tenere in mano una Reflex!!).

Sono però una cantante che, dunque, si trova spesso ad allietare il ricevimento di perfetti estranei (rigorosamente appellati come se li conoscessi da sempre) con il solito repertorio-da-matrimonio (in cui non possono mancare La ragazza di Ipanema e almeno un pezzo di Mina...sennò a fine serata non ti pagano), e a consumare frettolosamente stralci del succulento pasto nuziale al tavolo condiviso con i fotografi.

Che, tra uno scatto in posa "Oh, quanto siamo felici oggi" e l'altro in modalità "Mi fanno un male cane i tacchi, ma devo far finta che sia lo stesso il giorno più bello della mia vita", ti raccontano - con una buona dose di ridanciano sarcasmo ed allegro cinismo - gli aneddoti nuziali più strani che gli siano capitati.

Si va dalla sposa sorpresa in bagno in compagnia del testimone (ma no, le teneva solo il velo mentre faceva la pipì...!) a quella che litiga con la suocera e si ritira in albergo nel bel mezzo dei festeggiamenti;

C'è poi la categoria "Fumi dell'alcool" che vede gli sposi - ubriachi come due spugne - litigare furiosamente o, all'opposto, lasciarsi andare in effusioni sfrenate davanti a tutti gli invitati.

La mia categoria preferita, però, è quella dei "Servizi fotografici non ritirati", tra le ire dei poveri professionisti dell'immagine che - oltre a spappolarsi il fegato perchè, da 20-30 anni, mangiano quasi ogni giorno "il" trittico di antipasti fumè e "il" risotto con crema di asparagi e scampi (fateci caso, nei menù di nozze le pietanze hanno tutte l'articolo determinativo, per distinguerle dalle equivalenti pietanze consumate nella singletudine o nella peccaminosa convivenza) - devono pure mettere in mezzo l'avvocato per ricevere il saldo delle foto che, non ancora sistemate nell'album in pelle (pesante più o meno una tonnellata), ritraggono un "amore" che già non esiste più.

I record di cui ho notizia sono i seguenti:

-6/12 mesi: i fotografi più lenti nella consegna dei servizi sono senz'altro i più penalizzati. Se non hanno avuto l'accortezza di farsi pagare anticipatamente, in questo lasso di tempo dozzine e dozzine di sposi saranno già tornate a vivere "da mammà";

-al ritorno dal viaggio di nozze: tipicamente, in questo caso, il fotografo non ha neanche più un contatto visivo con la coppia scoppiata. E' classica la scena della suocera/suocero che va in negozio e, con visibile imbarazzo, salda il conto chiedendo se può avere uno sconticino "causa inutilizzo".

-And the winner is... il fotografo che mi raccontò di quando, la mattina successiva al fausto evento, si vide presentare in negozio la sorella della sposa (ancora con  residui di trucco sulla faccia e forcine intrappolate tra i boccoli laccati) che gli disse: "La prego, non le sviluppi neanche. Stanotte si sono lasciati".

E vissero ritratti e contenti. Amen.

 


 
 
Ricordate il famoso spot dell'uomo "che non deve chiedere mai?"
 
Beh...acqua passata!
 
Secondo uno studio pubblicato dall'ateneo scozzese di Aberdeen il macho, dai tratti somatici "duri" e dal petto villoso, è passato di moda.
 
Ed è ora che cominci a "chiedere" considerazione alle donne, non prima però di essersi depilato dove serve e aver picchiettato un apposito anti-rughe sul contorno occhi (giustizia è fatta, ora gli manca solo il ciclo, la pillola anticoncezionale e il parto Kiss).
 
A parte gli scherzi, la correlazione che gli studiosi di Aberdeen hanno individuato riguarda il rapporto tra lo stato di salute generale, nonchè l'aspettativa di vita della popolazione, e la preferenza accordata dalle rappresentanti del (non sempre) gentil sesso a un certo tipo di lineamenti maschili.
 

In particolare, si è notato che il "macho" perde appeal quando lo stato di salute della popolazione è su buoni livelli e aumenta l'aspettativa di vita.
 

In questi casi, i tratti decisi da uomo duro sono considerati meno affascinanti rispetto ai visi "puliti" e un po' efebici degli uomini più dolci e femminei.

Una prova di questo sta nei modelli di bellezza proposti dai divi del cinema: Clark Gable, Kirk Douglas e Sean Connery, esemplari apprezzatissimi di bellezza virile di qualche tempo fa sono ora insidiati da nuovi sex symbol dal viso dolce, come quelli della star della saga Twilight Robert Pattinson o dall'idolo delle ragazzine Zac Efron, il volto più amato di High School Musical.

Gli esperti, pubblicando i risultati della ricerca sulla rivista "Proceedings of the Royal Society", spiegano che alla base di questi generi di preferenza ci sono, come sempre, delle motivazioni di natura evolutiva.

Quando la salute scarseggia, le donne si sentono particolarmente attratte dalle fattezze più virili, in cerca di un partner dall'aria forte che sappia garantire una prole più sana e robusta.

Ma se le malattie sono in calo e l'aspettativa di vita si allunga, ecco che le ragazze preferiscono i visi gentili, che potrebbero essere spia di un partner con una natura più dolce e sensibile (Attenzione, compagne di sventura: L'ABITO NON FA IL MONACO!)

Gli studiosi scozzesi sono giunti a questi risultati dopo aver creato una classifica sulla salute dei cittadini di 30 Paesi, prendendo in considerazione fattori come il tasso di incidenza delle malattie infettive presenti sul territorio, l'aspettativa di vita della popolazione e la mortalità infantile.

Hanno quindi mostrato a circa 5mila donne le foto di diversi volti maschili, alcuni caratterizzati da tratti più femminei, e altre in cui invece i volti erano stati modificati per esaltarne i tratti più mascolini, ad esempio ampliando le mascelle o abbassando la fronte.

I ricercatori hanno potuto osservare che nei Paesi in cui le condizioni di salute erano migliori e l'aspettativa di vita maggiore, le donne tendevano a preferire uomini dall'aspetto gentile, mentre i "duri" perdevano consenso.

Al contrario di quanto accadeva alle donne che popolavano i Paesi meno fortunati, in cui invece il maschio rude e virile continuava a spopolare.

Prendo atto dei risultati della ricerca, e credo nel rigore di chi l'ha condotta.

Ma, lasciatemelo dire... sarà che sono (come sempre) all'antica, sarà che - per l'appunto - in questo periodo il mio stato di salute generale non è ottimale (e la mia aspettativa di vita bassa, se non mi do un regolata), ma io all'uomo femminuccia con le sopracciglia disegnate e le unghie ricostruite preferisco di gran lunga il fascino incolto e le rughe di espressione di Sean Connery.

Persino ora che ha raggiunto la veneranda età di 80 anni...

Sean, OTTANTA...voglia di te!

Fonte: TG COM

Recentemente ho chiuso il mio profilo Facebook. Stavo cominciando a passare troppo tempo ad aggiungere "amici" (???), aggiornare il mio stato, ignorare inviti a gruppi e/o eventi.
 
Per non parlare della tentazione rappresentata dalla bacheca del mio ex, dalla quale Piero Angela potrebbe benissimo trarre ispirazione per un bel documentario sulle tecniche di corteggiamento dell'Homo Sapiens.
 
Ma ho scoperto di non essere da sola. Il fenomeno della dipendenza da Facebook (e dai social networks in generale) è in aumento, anche grazie alla recente introduzione di Facebook Mobile che permette di aggiornare lo stato ed accedere ai contenuti del portale anche dal cellulare.
 
Non mi ha affatto sorpreso, dunque, la notizia che il 6% degli italiani aggiorni il profilo Facebook persino mentre fa l'amore.
 
Del resto se si chiama "dipendenza" e non "piacevole abitudine" un motivo ci sarà.
 
E allora a questa povera blogger, con un recente passato di tendenze facebook-dipendenti (anche se - intendiamoci - io non mi sono mai sognata di inviare un update durante l'intimità... ma poi, cosa avrei potuto scrivere??... "Giada Zichittella pensa che 'sto tipo le stia addosso..." ??!!) non resta che invitarvi a chiudere, almeno per un pò, il profilo, ed eventualmente partecipare alle iniziative promosse per contrastare il fenomeno.
 
Al Policlinico Gemelli di Roma, ad esempio, è attivo un apposito sportello per curare gli Internet-dipendenti.  Strutture simili stanno sorgendo anche altrove ma, dove non fossero presenti, un comune percorso di psicoterapia delle dipendenze  potrà aiutarvi altrettanto bene.
 
In alternativa (ma sarebbe meglio in aggiunta e, comunque, solo se la dipendenza non è giunta a livelli pesantemente invalidanti) in moltissime città italiane sono presenti gruppi di auto-aiuto basati sul famoso programma dei 12 passi.
 
Tornerò un giorno su Facebook? Chi lo sa... Nonostante sia un buon modo per riprendere i contatti con persone care che non si sentivano da tempo, in verità vi dico... che sto meglio così. Cool
 
 
Mar 1017

Parole in disuso.

Pubblicato da Giada Zichittella alle 17:43 in Poesie


 
 Quando quella bocca
pronunciava
 il mio nome
 
Era allora
che l'anima
mia
respirava
 
E placava
sulle adorate
labbra
 
il dolore
compagno fedele
della breve
vita.

 
Te ne andasti
e quel nome
divenne
parola in disuso
 
cacciata
dal dizionario,
obsoleta.
 
Era così sgradevole
amor mio,
da pronunciare?
 
Ah, se potessi
strapparmela
di dosso!
 
Ridurla
a brandelli.
 
Ma forse no...
 
Piuttosto,
era parola
difficile
da capire.
 
Un giorno
cominciasti
a confonderne
il senso
 
La tua lingua
preferiva
parole
nuove
 
più belle,
semplici
 
banali.
 
Solo questo mio
nome
freddo come
pietra
ricorda
 
ancora
 
 è condannato
a ricordare
quel senso
 
prezioso
 
che voleva
offrire
alle tue mani
(care, lontane...mani)
 
Benedetto
l'oblio
che mi bacerà
un giorno
 
lontano
 
Benedetta
la sera
che scenderà
sulle mie
palpebre
 
stanche.

 
La Bohème. Musica di G. Puccini su libretto di Illica e Giacosa.
 
 
 
 
"Qualsiasi essere amato - anzi, in una certa misura qualsiasi essere - è per noi simile a Giano: se ci abbandona, ci presenta la faccia che ci attira; se lo sappiamo a nostra perpetua disposizione, la faccia che ci annoia."

Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, 1913/27

Musetta, altra grande protagonista femminile (insieme a Mimì) della Bohème, appare come la perfetta incarnazione di questo aforisma di Proust.

E' una donna bellissima, allegra, civettuola, che dietro un'ostentata sicurezza cela  però un continuo bisogno di conferme. Tale bisogno si concretizza nell'incapacità di mantenere una relazione stabile, anche quando ve ne sarebbero i presupposti affettivi. Musetta si sente "viva" solo quando riesce a provocare e sedurre un uomo dopo l'altro.

Capirete dunque immediatamente perchè Marcello, perdutamente innamorato e vittima dei crudeli e sensuali "tira e molla" della donna, vedendola arrivare al Café Momus, stretta al braccio del vecchio, ricco (e servizievole) Alcinodoro, esclami  "Ch'io beva del tossico!"

Quando Mimì gli chiede chi sia quella donna che crea scompiglio già con lo sguardo, il povero Marcello risponde così:
 
Il suo nome è Musetta;
cognome: Tentazione!
Per sua vocazione
fa la Rosa dei venti;
gira e muta soventi
e d'amanti e d'amore.
E come la civetta
è uccello sanguinario;
il suo cibo ordinario
è il cuore... Mangia il cuore!...
Per questo io non ne ho più...  


Con grande sforzo, il giovane finge di ignorarla... che intollerabile affronto per Musetta! Così ella sfodera tutte le "armi" di cui dispone e intona l'aria Quando men vò (video qui in alto), un vero capolavoro di narcisismo ed autocompiacimento.
 
Allontanando Alcinodoro con un pretesto, la coquette riesce nel suo intento: nonostante Marcello sappia perfettamente che amare una così è da autolesionisti, le cade per l'ennesima volta tra le braccia come una pera matura.
 
Vanno a vivere insieme, ma dura poco: gli sguardi e le avances che Musetta riceve da altri uomini (e che non riesce a fare a meno di incoraggiare, pur nutrendo un certo sentimento per Marcello) accendono liti quotidiane, che li portano - ancora una volta alla separazione.
 
Ma neanche nell'ultimo atto Marcello riesce ad affrancarsi psicologicamente da quel rapporto tanto intenso quanto malato: lei gli manca terribilmente.
 
Come scrisse Shakespeare, insomma, "L'amore fugge come un'ombra l'amore reale che l'insegue, inseguendo chi lo fugge, fuggendo chi l'insegue."
(Le allegre comari di Windsor, 1602)
 
La relazione tra Marcello e Musetta è un tipico esempio di dipendenza affettiva.
 
In particolare, Musetta è una Narcissistic Love Addict: utilizza la seduzione per trattenere l'altro legato a sè, ma non riesce a vivere profondamente la relazione, per il desiderio continuo di nuove conquiste, che le diano un surrogato di sicurezza che, di base, non ha.

I narcisisti non accondiscendono a nulla che possa interferire con la loro felicità. Sono assorbiti da se stessi e la loro bassa autostima è mascherata dalla loro grandiosità. Inoltre, piuttosto che essere ossessionati dalla relazione, essi appaiono distaccati ed indifferenti. Non sembrano affatto essere dipendenti, ma solo finché il partner non cerca di lasciarli. Allora non saranno più distaccati ed indifferenti. Entreranno in uno stato di panico ed useranno qualsiasi mezzo a loro disposizione per protrarre la relazione.

Marcello è invece un Obsessed Love Addict: non riesce a chiudere una volta per tutte la relazione con Musetta, è schiavo della passione e non padrone di sè.

Questo tipo di profilo psicologico rimane morbosamente legato al partner, anche se questi è: non disponibile, a livello emotivo o sessuale, impaurito di impegnarsi, incapace di comunicare, non amorevole, distante, abusivo, indagatore e dittatoriale, egocentrico, egoista, dipendente da qualcosa al di fuori della relazione (hobbies, droghe, alcohol, sesso, un'altra persona, il gioco d'azzardo, lo shopping compulsivo, etc)...

La Dipendenza Affettiva ha, nella maggior parte di casi, origine nell'infanzia.
 
Ma ricordatevi sempre che il destino di ciascuno di noi, per quanto in parte segnato da ciò che ci è accaduto quando eravamo piccoli e non potevamo "difenderci", ha una parte ancora da scrivere.
 
E, prendendo consapevolezza del problema, nonchè lasciandosi aiutare da un bravo psicoterapeuta (sconsiglio il fai da te in questi casi: si può ottenere qualche miglioramento, ma i nodi sono troppo profondi e di vecchia data per essere sciolti senza una preparazione specifica), uscire dalla dipendenza affettiva si può. (Ve lo dice una che ci sta, finalmente, provando  Wink)
 
P.S. Vi aspetto tutti al Teatro Villa di Milano sabato 20 o domenica 21 Marzo per assistere in diretta alle travagliate vicende amorose di Rodolfo e Mimì, e Marcello e Musetta. Non mancate!!!
 
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