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Psichiatria del terzo millennio

Francesco Giubbolini avatar Martedì 24 Aprile 2007, 10:56 in Ricerche di Francesco Giubbolini

Psichiatri, filosofi e neuroscienziati si sono confrontati al XLIV Congresso della Società italiana di psichiatria a Montesilvano, in Abruzzo con l’emblematico titolo "Metamorfosi nella psichiatria contemporanea".

Il titolo ha anticipato il senso del cambiamento che pervade la psichiatria del Terzo Millennio, una disciplina che vuole uscire dai limiti – ormai troppo angusti – del sapere psichiatrico, superando le tradizionali categorie della "malattia mentale". Se il paziente psichiatrico (che desidera veramente guarire) è per definizione un soggetto in metamorfosi, si può dire altrettanto del medico che lo cura? E’ necessario un modo nuovo di guardare alla "sofferenza mentale", rapportandola all’individuo nella sua interezza e complessità biologica e relazionale, all’interno di una società in fermento. Negli ultimi anni le dimensioni del disagio mentale sono diventate sempre più varie e pervasive, come i disturbi che riguardano la dipendenza (in senso ampio, comprese le dipendenze dai nuovi media), i comportamenti alimentari, l’aggressività, l’autonomia, la sfera affettiva e intersoggettiva.

Non a caso la sessione di apertura del congresso è stata dedicata alle metamorfosi delle relazioni umane, con una relazione del filosofo Pierre Lèvy sulle strategie comunicative dell’uomo del Terzo Millennio, alle prese con le emergenze sociali del razzismo, della discriminazione e dell’intolleranza. Levy parte dall’analisi del web per dimostrare che la mente del singolo fa parte di una "rete di reti", è intessuta e attraversata da altre menti, in un processo continuo di interazione. Occorre anche una metamorfosi dei modelli organizzativi per poter rispondere in modo adeguato alle nuove esigenze sociali. Al congresso c'è stato spazio per discutere di altri tipi cambiamenti che investono il campo della psichiatria, come le metamorfosi della diagnosi, innanzi tutto: il comportamento del paziente non può più essere ridotto ad una somma di sintomi, ma va analizzata l’intera storia personale, il percorso di vita. O la metamorfosi dei modelli teorici di riferimento: la recente scoperta del sistema dei neuroni specchio, substrato biologico dei processi di comprensione implicita delle azioni altrui, costituisce un modello scientifico per lo studio dei fenomeni legati all’empatia.

E infine metamorfosi dei decorsi e delle prognosi e metamorfosi dei trattamenti: viene messo in discussione il primato del trattamento farmacologico rispetto alla psicoterapia, riservando di preferenza al primo il compito di preparare la strada alla relazione terapeutica. Oggi, con l’avvento delle tecniche di neuroimaging cerebrale si offre allo psichiatra la straordinaria possibilità di monitorare in modo non invasivo l’efficacia dei farmaci o di una psicoterapia, partendo dal presupposto che in entrambi i tipi di trattamento si verificano modificazioni nel Sistema nervoso centrale. Mentre la plasticità cerebrale indotta da farmaci è un fenomeno ampiamente conosciuto, quella conseguente ad una relazione terapeutica è stata a lungo controversa. Se ancora qualcuno è scettico sul potere delle psicoterapie, il brain imaging dimostra che la psicoterapia può modificare non solo i sintomi psicopatologici ma anche gli stessi circuiti cerebrali. Il messaggio è chiaro, per il paziente ma anche per lo psichiatra: socializzare la sofferenza, far uscire chi soffre dall’isolamento, trasformare emozioni statiche e concetti limitanti in forme nuove di condivisione.

francesco giubbolini, psichiatra, siena

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05 Mag 2007
alle 21:32

devid

se mi fossi curato prima con i farmaci e non con solo le psicoterapie sarei migliorato e quasi guarito molto prima

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